Racconto: Quando il diavolo abbaia, di Alessio Del Debbio

Tratto dal libro "Chi ha paura del Linchetto? Storie e ballate del folclore lucchese"

Lo svegliò l'abbaiare di un cane. Forse di molti cani.

Luca non seppe dirselo, ma bastò a porre fine al suo sonno inquieto. Era venuto in quel borgo medievale per dimenticare il divorzio in atto, invece aveva trovato solo incubi e fastidi, peggio di quelli con cui Linda era solita asfissiarlo. Il primo giorno c'era stato quel barbone ubriaco che gli aveva sporcato la macchina, palpeggiandola con mani lerce e urlandogli di portarlo via.

«Sono tutti matti qui! Pazzi demoniaci!»

«Detto da te...» gli aveva detto Luca, allontanandolo dall'Audi con un calcio.

A ripensarci adesso non aveva tutti i torti.

Il padrone della pensione sembrava uscito da un altro pianeta, con lo sguardo vitreo e assorto in conversazioni immaginarie con chissà quali entità popolassero la sua scatola cranica, in grado di fornire solo monosillabiche risposte. La moglie era persino peggio: in quella piccola struttura, a gestione familiare, si occupava di cucinare, servire ai tavoli e rassettare le camere, tutte vuote, con lo sguardo chino e timorato. Le poche volte in cui Luca le aveva rivolto parola, era scappata via piangendo e recitando un rosario.

Aveva anche pensato di farsela, per smuovere il marito dall'apatia.

E adesso questi cani del cazzo che non smettono di abbaiare! Brontolò, alzandosi dal letto e controllando la sveglia; tirò una scarica di moccoli nel vedere che erano le tre. È già la seconda notte! Possibile che nessuno li senta?

Aprì la finestra della camera, che si affacciava sul fiume, cercando la fonte di quei latrati, senza successo. Pareva che Borgo a Mozzano non avesse abitanti. Persino le acque del Serchio scorrevano silenti. C'era solo quel martellante ululare, che non capiva da dove provenisse.

Il giorno prima aveva girato il paese a piedi, scrutando in tutte le corti, ma non aveva trovato nemmeno un cane. C'erano gatti, brutti e inselvatichiti, oche e galline morte, ma nessun animale che giustificasse quei persistenti guaiti di dolore.

Ora metto fine io alle loro sofferenze! Bofonchiò, richiudendo la finestra, e indossò un paio di jeans e una felpa. Infilò le scarpe da ginnastica e uscì dalla stanza, nella più completa oscurità. Alla reception non c'era nessuno e Luca temette che la porta fosse chiusa a chiave, invece la trovò che sbatteva, spinta da un vento gelido piuttosto insolito per quei giorni di settembre.

Camminò tra le casupole arroccate guardandosi attorno, cercando di capire da dove provenissero quei lamenti che, a ogni passo, sembravano farsi più insistenti e rabbiosi. Ma non trovò niente, solo la nebbia che rendeva il borgo ancora più lugubre e dimenticato da Dio, se mai qualche divinità ci avesse poggiato lo sguardo. Cosa di cui Luca dubitava.

Sbuffando scocciato, ma deciso a risolvere quel mistero per poter tornare a dormire, attraversò la strada, ritrovandosi alla base del ponte ad arco che sormontava il fiume.

Ne aveva sentito parlare, di quell'ardita costruzione medievale e di qualche leggenda legata alla sua edificazione, sebbene sul momento non la ricordasse. Di certo Linda avrebbe colto l'occasione per rimbeccarlo, sfoderando la sua nozionistica cultura.

Fu allora che notò le chiazze di sangue.

Costellavano il lastricato, salendo lungo l'arcata della costruzione. Sollevando lo sguardo, Luca credette di vedere qualcuno in cima al ponte. Tirò un urlo e la figura accovacciata sembrò voltarsi verso di lui, agitando una mano nella foschia, prima di accasciarsi sul lastricato. A quel punto, Luca aveva già iniziato a correre sul camminamento di pietra, per portargli aiuto.

Quando raggiunse il punto più alto del Ponte del diavolo, riconobbe l'abito lercio del vagabondo, il cui tanfo era adesso peggiorato. Odorava di lezzo, di paura e di morte.

Trattenendo un brivido, Luca voltò il corpo agonizzante dell'uomo, il cui stomaco grondava sangue nero e putrido, mescolato a brandelli di pelle strappata. Prima ancora che potesse chiedergli cosa fosse successo, il barbone si sollevò e lo afferrò per un braccio, fissandolo con due palle d'occhi sgranati.

«Scappa!» fiatò, prima di crollare a terra, afferrato, quasi trascinato via, da potenti forze invisibili.

Solo allora Luca li udì, ben più nitidi di prima, sebbene ancora non riuscisse a vederli, quei cani bastardi. Ringhiavano famelici e rabbiosi, nascosti dalla nebbia che, in mezzo al fiume, era diventata ancora più fitta, un muro che parve coprire la luna.

Intimorito, Luca si mosse per ridiscendere il ponte, quando vide un filare di torce accendersi alla base della costruzione. Vivide fiamme rossastre squarciavano la bruma, tingendola di sangue. Erano gli abitanti di Borgo a Mozzano, tanti come mai ne aveva visti nei giorni passati.

«Ma che diavolo?!» sussurrò.

«Diavolo?» sibilò una voce. «Oh sì, possiamo dire proprio così» ridacchiò.

I guaiti dei cani non accennavano a smettere. Luca non li vide arrivare, ma ne sentì il ringhio, la furia e infine le zanne chiudersi sulle sue gambe, strappandogli un urlo e pezzi di jeans e carne.

Si scosse e cercò di fuggire lungo l'altro versante del ponte, solo per trovarsi di fronte un nuovo filare di torce e un'altra carica di cerberi inferociti.

Che i cancelli dell'inferno si fossero aperti per farne uscire gli abitanti del borgo?

Luca lottò, scalciò, invocò la misericordia divina, prima di collassare e ricordarsi che gli Dei non erano di casa su quel ponte. Né in quella cittadina.

Le zanne di un cane gli strapparono un orecchio, mentre altre bestie si avventavano su di lui, gettandolo a terra e sventrando-ne il corpo. Inorridito, Luca non riusciva neppure a urlare, pote-va solo guardare quelle sagome deformi, a stento riconoscibili, contendersi le sue viscere. Qualcosa di molliccio lo colpì in faccia, forse un polmone maciullato? Impossibile a dirsi. Voleva so-lo morire. Cazzo, perché non moriva?

Fu allora che braccia robuste lo tirarono su, forzandolo a specchiarsi in due occhi rossi, in cui divampavano le fiamme dell'inferno. Sogghignando compiaciuto per il bocconcino che i paesani gli avevano offerto, ben più appetitoso di quel lercio barbone, il diavolo lo scagliò di sotto dal ponte. Aveva fatto bene, secoli addietro, a stringere quel patto con il capomastro.

«Un ponte per una vita!» aveva detto, offrendogli il suo aiuto per innalzarlo. Senza precisare che quel sacrificio si sarebbe ripetuto ogni anno. «Cavilli burocratici» aveva sghignazzato.

Subito i cerberi si gettarono dietro a Luca, continuando a divorarne i resti nelle torbide acque del Serchio. Durò poco il suo dimenarsi, ma per qualche minuto fu l'unico suono udito in tutto il borgo e, quando cessò, gli abitanti rientrarono alle loro case, spegnendo le torce e precipitando di nuovo nelle tenebre.

Il diavolo cercò il locandiere con lo sguardo e annuì appagato. Anche per quell'anno aveva avuto il suo tributo.