Racconto "Tagliare significa rinascere" di Maria Pia Michelini

UNA STORIA DI (RI)SCOPERTA DI SE'

Sara. Settant'anni e non sentirli. Bel problema. Le sue amiche la credevano posseduta dal demonio.

Figli, generi e nuore concordavano sull'ipotesi di una crescente demenza senile. Qualche nipote abbastanza cresciuto da essere considerato quasi adulto, si univa alle chiacchiere dei grandi affermando le stesse opinioni per dimostrarsi maturo. 

Gilberto invece era sempre stato dalla sua. Capiva sua nonna tanto quanto lei capiva lui, il ribelle, il "problema" di casa, la disgrazia di famiglia. Ora lui aveva diciott'anni, poteva decidere da sé e decise di partire per l'Inghilterra. Ma non da solo.

«Non ti diamo un centesimo, è solo una delle tue bravate!» commentava suo padre.

«Si può sapere chi ti ha messo in testa questa brillante idea? Scommetto quella tizia coi capelli rosa, che sala sempre le lezioni insieme a te. Due disgraziati in giro per il mondo, a raccattare fallimenti!» gridava sua madre, camminando avanti e indietro sulle mattonelle del salotto buono.

«Ci vado con nonna Sara».

«Questa è bella!» rise nervosamente suo padre. «Quella squilibrata! Bravo, sperderla a Londra sarebbe la soluzione ideale per risolvere le infinite questioni su di lei!»

«Imbecille! Non parlare così di mia madre!» disse la moglie, scatenando un litigio, l'ennesimo, da cui Gilberto sgattaiolò via senza che loro lo notassero. Ormai la cosa era decisa e il volo prenotato.

Mentre ancora i due coniugi si tiravano addosso le peggiori parole per accusarsi a vicenda del loro prodotto mal riuscito, Sara suonò alla porta.

Quando la figlia aprì e se la vide davanti, di colpo richiuse lasciandola fuori. Sara era lì, con la sua treccia poggiata di lato, sulla spalla, lunga come i suoi stessi anni, grigia come il tempo che aveva camminato con lei. Con il suo solito sguardo diretto e scanzonato, che mette in imbarazzo chi non è in pace con se stesso. La tipica figlia dei fiori, mai convertita alle comuni leggi del buonsenso.

Segni di stranezza ne aveva dati da sempre ma da mesi, si trapelava in giro, ne stava dando di peggiori: chi l'aveva vista farsi una canna al parco, chi diceva girasse, nel suo giardino nascosto da alte siepi, vestita solo delle sue chiome sciolte, altri giuravano di averla sorpresa a salire sui rami per leggersi un libro, nascosta dalle fronde.

«Vuoi lasciarmi qui fuori ancora per molto o mi fai entrare?»

La porta si aprì.

«Mamma, non so più cosa pensare di te, non credevo arrivassi a tanto. Sono disorientata».

«Non hai mai voluto conoscermi per quella che sono. Per questo tutto ti spaventa di me».

Sara non aveva cresciuto i suoi figli. Le erano stati tolti dall'ex marito che ne aveva ottenuto l'affidamento.

«Ti spaventi perché porto tuo figlio a prendere aria? Qui non può trovare la sua strada. Non fa che sbattere contro i muri della vostra incomprensione, da quando era piccolo così. Dammi un paio di mesi e te lo rispedisco più contento. Quando una persona è contenta tutte le strade le si aprono davanti».

Una settimana più tardi, Gilberto e sua nonna atterrarono sulle terre d'Inghilterra.

«Mi sembra di essere finalmente a casa, nonna, anche se è la prima volta che mi trovo qui» disse lui scendendo dal treno che li aveva portati a Victoria Station.

«Chi ti dice che sia la prima volta?» rispose Sara scuotendo la testa.

Cercò la punta della treccia da carezzare con le dita, un gesto automatico che faceva da anni, quando le emozioni le venivano a galla. Sapeva che per lei sarebbe stato un nuovo inizio. Senza dire niente a nessuno, aveva fatto il biglietto di ritorno solo per suo nipote. Lei intendeva restare.

Per sempre.

Alloggiarono in un ostello accogliente, posarono i bagagli e si concessero un giro per la città. La gente andava e veniva animando le strade come il sangue vivifica il corpo scorrendo nelle vene.

Obiettivo primario della vacanza: divertimento.

Fu proprio girando per i pub che a Gilberto venne voglia di rispondere alla richiesta di un lavoro stagionale, esposta su un volantino. Si trattava di un lavoro di due mesi in una fattoria, a Chesham. Ci voleva provare. E fu accolto. Sara continuava a respirare quella nuova atmosfera dove nessuno le chiedeva di essere diversa da quella che era.

Una mattina si fermò a guardare la vetrina di un fotografo. Lui si affacciò sulla soglia e non poté fare a meno di ammirare quella donna. Da tempo cercava la persona giusta per un servizio fotografico con modelle over sessanta.

Dopo tre settimane sua figlia ricevette una busta da Londra. Quando si trovò tra le mani una trentina di foto di sua madre, dovette sedersi per riprendersi.

Un corpo sinuoso vestito di colori caldi, avvolto da stoffe aderenti che ne delineavano le forme, un viso fresco, valorizzato da un caschetto corto di capelli bianchissimi, luminosi.

Tastò la busta di nuovo. C'era qualcosa sul fondo. La treccia di Sara, avvolta in un fazzoletto color del sole.

E un biglietto: La pazza taglia i ponti e vi lascia vivere il vostro mediocre destino. Ricorda la vostra insofferenza che le ha dato nuova vita. E di questo ringrazia.