Le leggende lucchesi in "L'ora del diavolo"

Viaggio nelle leggende del folclore lucchese.

"L'ora del diavolo" è un'antologia di racconti fantastici, di Alessio Del Debbio, ispirati a leggende e tradizioni popolari lucchesi. Storie che venivano raccontate a veglia, da nonni a nipoti, e che si sono tramandate, spesso in sola forma orale, per secoli.

Tra le tante leggende a cui ho attinto per la stesura di questi racconti, ne ricordo alcune:

LUCIDA MANSI

Celebre nobildonna (cantata anche da Mario Tobino, scrittore viareggino, in "La bella degli specchi") vissuta a Lucca nel Diciassettesimo Secolo, famosa per i suoi molti amanti e anche per il metodo (presunto, ovviamente!) di eliminazione degli stessi. Una donna che faceva dell'uomo, quindi, un oggetto usa e getta, di cui servirsi per soddisfare il suo piacere e rimanere giovane. Pare infatti che avesse stipulato un patto con il diavolo, per conservare la sua bellezza anche con il passare del tempo, incurante se tutti la chiamavano strega o poco di buono.

A lei è dedicato il racconto d'apertura, intitolato proprio "L'ora del diavolo", dove descrivo le ultime ore di Lucida Mansi, che, poco prima dello scoccare della mezzanotte dell'ultimo giorno datole a disposizione dal diavolo, corre attraverso una nebbiosa Lucca per cercare di fermare l'orologio della Torre delle Ore e bloccare lo scorrere del tempo. Ma il diavolo sa bene come non farsi fregare: la insegue, scatenando dietro di lei una pioggia di demoni del suo passato e tutti i suoi rimpianti.

GLI STREGHI

Una meravigliosa leggenda della Versilia e della Lucchesia. Sono nientepopodimeno che degli stregoni o, come mi piace definirli nei miei racconti, i Signori dei Boschi e della Natura, degli officianti che conoscono i segreti della natura e se ne servono per difenderla dalle forze oscure. Ci sono tante leggende sugli Streghi, un po' bizzarre in verità. 

Al pari delle fate, tendono a evitare il contatto umano e a volte si divertono a spaventare gli uomini, ma non sono cattivi, sono, diciamo, un gruppo autonomo. Si ritrovano in cima al Monte Matanna, alla Tavola degli Streghi (una grossa tavola di pietra, forse quella che Re Artù aveva a Camelot e loro hanno salvato? Chissà!), e si spostano per i cieli a cavallo dei loro Serpenti Volastri. Forse è anche per questo che gli uomini hanno paura di loro.

Compaiono in vari racconti di "L'ora del diavolo", sempre pronti a difendere la natura dal diavolo.

LE FATE

Le fate occupano l'immaginario di tantissime culture e, ovviamente, sono presenti anche sulle Alpi Apuane, che, tra grotte, boschi e laghi, offrono davvero tanti rifugi possibili per queste creature.

Ad esempio, sopra il paese di Basati (in Alta Versilia), si ritiene che quando il vento soffi tanto forte (dalle cime dei monti vicini, come il Corchia e il monte Altissimo) ed è accompagnato dalla pioggia, allora appaiono le "fate di pioggia", che ondeggiano lungo i fianchi dei monti, come lenzuoli d'acqua, quasi trasparenti, difficili da individuare (si sa, le fate sono molto timide e riservate!) e vagano tra le montagne, scomparendo poi allo sguardo umano.

Parlo di questa leggenda nel racconto "Le fate di pioggia".

Ma dove si ritrovano le fate? 

Hanno i loro luoghi, preclusi ai più. A Cardoso c'è la Buca delle Fate, mentre vicino a Pruno c'è la Cascata dell'Acquapendente. Proprio a questa cascata, si recano sia la Busdraga, nel racconto "La donna di fuoco", che il piccolo Fabio, in "Le fate di pioggia". È una cascata composta da meravigliosi balzi d'acqua, nascosta dal fitto del bosco, proprio sotto il paese di Pruno. Per raggiungerla bisogna scendere lungo una mulattiera, superare un ponte di pietra e scendere la Scala Santa, una serie di gradini molto ripidi scolpiti direttamente nella roccia. Là, ai piedi della scalinata, si apre uno specchio d'acqua dove le fate si radunano, facendo un po' le civette, danzando sull'acqua, lavandosi e pettinandosi l'un l'altra i capelli, solitamente di notte, per non essere viste. Va detto che, solitamente, sono un po' disinteressate dei problemi degli uomini, infatti rifiutano di aiutare la Busdraga, o forse pensavano che non meritasse il loro aiuto...

GLI UOMINI DELLA NEVE

Questa è una storia vera, non una leggenda. Gli uomini della neve erano delle persone che partivano da Cardoso e dai paesi delle basse Apuane e andavano su, in cima alla Pania della Croce, alle Buche della Neve, degli avvallamenti particolari dove l'acqua si fermava e si congelava durante l'inverno. Andavano su, lavoravano il ghiaccio, lo tagliavano e se lo caricavano in spalla, servendosi di gerle particolari, e poi tornavano giù in paese per rivenderlo ai signori che volevano pasteggiare con il ghiaccio! 

All'epoca, e parliamo di un periodo durato fino al secondo Dopoguerra, non c'erano ovviamente i condizionatori e le macchine per fare il ghiaccio, per cui se qualcuno ne voleva un po', questo era l'unico modo per averlo. Per molte persone, soprattutto uomini di mezza età, è stato per anni una fonte di sostentamento. Difficile e nient'affatto scontato.

Era giovane, mio nonno, ancora un bambino, quando suo padre lo portò la prima volta con sé, lassù, in alto, alle Buche della Neve, dove gelidi spirano i venti e portano con sé il lamento dei dannati. Era giovane, ma sveglio, attento e consapevole, tre doti che, nella lunga salita fino alla cima della Pania, potevano fare la differenza tra salvezza e sconfitta, tra vita e oblio.