Intervista al prof Paolo Fantozzi
CONOSCIAMO L'AUTORE DI "I CUSTODI DEL MARE"
Benvenuto, caro prof Fantozzi. Anzi, benvenuto Paolo!
Presentati un po' ai nostri lettori: chi sei? Cosa fai? Dove vai?
Sono un insegnante di lingua e letteratura inglese presso il liceo A. Vallisneri di Lucca e svolgo la mia professione con impegno. La lingua inglese è sempre stata la mia passione, ma sono anche stato affascinato dai racconti orali, quelli che un tempo si raccontavano intorno al fuoco, o nelle stalle durante le lunghe serate a veglia. Da tanto tempo vado alla ricerca di storie, leggende, fiabe che ho registrato e catalogato e che sono poi confluite in una collana di pubblicazioni che hanno avuto un discreto successo.
Ho cercato di restituire al presente una serie di racconti orali che altrimenti sarebbero andati perduti.
Come ti sei avvicinato alla scrittura? C'è stato qualche evento significativo in tal senso?
Credo che la lettura sia madre della scrittura. Io ho sempre letto molto, sin da bambino. Penso che scrivere sia come fare un viaggio verso il centro della nostra interiorità e questo può avvenire raccontando se stessi, o raccontarsi attraverso personaggi oppure andando alla ricerca delle nostre radici culturali e della nostra identità territoriale.
Ho cominciato a scrivere le leggende e le storie del territorio ed ho scoperto che in quei racconti c'ero anch'io; è stato proprio questo a stimolarmi e a continuare ad esplorare e scrivere.

Hai pubblicato una decina di libri riprendendo storie e leggende del territorio, prevalentemente della Lucchesia. Come mai questa scelta? Cosa ti ha mosso?
È il territorio che conosco e che amo. Lì c'è parte delle mie radici (l'altra è nella Maremma e nelle isole dell'Arcipelago). Sapere che in una pietra, nel profilo di una montagna, lungo il corso di un fiume o fra le rovine di un castello c'è una storia, una leggenda, un racconto che proviene da lontano è per me un'attrazione irresistibile che mi muove per andare a cercarne altre e così, piano piano, si va definendo una mappa dell'identità del territorio. Da qui l'esigenza di condividerle con altri che amano queste storie e quindi pubblicarle.
Parliamo del libro che hai pubblicato con NPS Edizioni: "I custodi del mare". Come è nato? Qual è la sua storia?
Il testo è nato da un quaderno che una mia zia custodiva fra le sue cose e che mi regalò poco prima di lasciare questo mondo. In quel quaderno c'erano storie e leggende che aveva annotato e che affidava a me perché continuassero a parlare. Ci sono poi i racconti dei miei zii che conoscevano bene le isole dell'Arcipelago perché erano pescatori in quelle acque e, nelle lunghe notti in mezzo al mare, insieme ad altri pescatori, raccontavano queste storie, alcune delle quali le ho ascoltate quando ero ragazzo.
Le storie dell'arcipelago sono uniche perché fondono la tradizione popolare abitata da esseri fantastici e fatti straordinari con la dura realtà che quotidianamente era necessario affrontare in quelle terre, come le tempeste improvvise, gli attacchi delle navi saracene, la solitudine delle lunghe bonacce, e così via.
C'è un filo rosso che unisce tutte le storie: è il mare. Nel mare vivono creature fantastiche, pericoli imprevedibili e nascosti, minacce improvvise, ma anche sogni, visioni, profezie, colori e tutto quanto alimenta la fantasia dell'uomo.

Il titolo del libro è significativo: "I custodi del mare". Scrivere significa anche custodire, conservare, e magari tramandare qualcosa del nostro passato ai lettori e alle generazioni future. Pensi che la scrittura possa avere questa funzione?
Certamente, ancora di più quando si tratta di custodire testi orali che rischiano rapidamente di essere spazzati via dai moderni mezzi di comunicazione. Non esiste più la dimensione dell'ascolto e del ricordare e quindi fissare dei testi orali nella scrittura è un percorso assolutamente necessario. Custodire significa preservare, proteggere, conservare e diffondere questi testi affinché non vengano dimenticati. La scrittura ha questo compito e deve muoversi in una duplice direzione: quella di mantenere il testo il più vicino possibile all'oralità e quella per renderlo leggibile e fruibile da parte del lettore.
Tra le tante creature fantastiche e leggende in cui ti sei imbattuto negli anni, ce n'è una che ti sta particolarmente a cuore? La vuoi presentare ai lettori?
Le creature fantastiche fanno parte di quella complessità che si chiama mito ed è costituito da esperienze antiche come l'uomo: archetipi, bisogni ancestrali che si fondono in leggende e figure spesso impossibili attraverso le quali l'inconscio ci invia segnali, ponendo a nudo il nostro cuore in cui riverberano e che di un mondo atavico mai sopito.
Quando ci accostiamo alle figure fantastiche del folklore, dobbiamo valutare con obiettività l'aspetto e il loro ruolo nei racconti di mitologia popolare, che esprime un universo immaginario parallelo al nostro.
Nei personaggi del mito dobbiamo ricercare la rappresentazione di uno stato d'animo, che secondo Jung è: "Reminiscenza primitiva di un'enorme porzione di ciò che noi oggi sentiamo come parte integrante del nostro essere psichico, porzione tranquillamente proiettata oltre lontani confini" (C. G. Jung )
Sono molte le figure fantastiche che si avvicendano nel libro. Scelgo l'Uomo Marino che è rappresentato anche nella copertina: spunta fuori dal mare, generalmente dopo una bufera. È uno spirito del mare, mezzo uomo e mezzo pesce, ed è molto pericoloso incontrarlo perché è un traditore: i suoi occhi incantano e fanno perdere la memoria. Un tempo si poteva vedere emergere, severo e arcigno, tra le onde nel tratto di mare tra la Capraia e la Gorgona. Scompariva ad un tratto per riemergere subito dopo a miglia di distanza.
Il pescatore Maniglia dice di avere sentito raccontare questa storia nel porticciolo di Gorgona. C'erano tre povere donne che vivevano in paese ed erano rimaste vedove molto presto. Si lamentavano e faticavano dalla mattina alla sera per un pezzo di pane. "Almeno venisse l'uomo del Mare. Almeno ci portasse un po' di quei tesori che sono là in fondo alla punta dell'isola!"
Una notte, mentre fuori soffiava un libeccio da far paura, mentre le donne lavoravano a maglia, si sentirono dei colpi alla porta. Un terribile e assordante sibilo veniva dagli scogli. Le donne si incappucciarono e andarono a vedere. Là in mezzo a quelle grosse pietre c'era "l'Uomo Marino". Con la sua barba ispida e verdastra, il corpo incrostato di alghe e conchiglie, e la voce alta e possente, disse solennemente: "Vi offro ricchezze in cambio di un sacrificio: per tre giorni e tre notti dovrete bere acqua, mangiare questo pesce e non parlare tra voi, né muovervi, né toccare oggetti sacri. Alla mezzanotte del terzo giorno ritornerò con la vostra ricompensa!" Tutto procedette bene, ma alla mezzanotte del terzo giorno accadde qualcosa di inaspettato. Il mare era calmo quella notte; tre colpi alla porta gettando una pietra. L'ultimo colpo e la donna più giovane esclamò: "Ecco il nostro tesoro del mare!" L'uomo del mare si ritirò negli abissi e tutto tornò silenzioso.
Grazie per essere stato nostro ospite.

